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Il Belpaese

Lo smart working è veramente per tutti?

Gli italiani approvano le misure di lavoro in remoto, ma il sistema paese dovrà gestire un cambio di paradigma in modo strutturale.

Il doroteo - Il futuro del lavoro smart working

Da anni se ne parla, ci è sempre piaciuto pensare che un giorno potesse accadere, abbiamo tentennato e sperimentato, e poi, come in ogni situazione di necessità, ogni crisi porta a nuove soluzioni. Tra queste, appunto, l’idea che ora lo smart working sia la panacea di tutti i mali economici, specialmente quelli all’orizzonte. Ma sarà veramente così?

Innanzitutto dobbiamo definire la distinzione tra smart working e telelavoro. Esiste ancora enorme confusione in merito a queste due tipologie di esecuzione del lavoro, dove uno, smart working, è una sorta di evoluzione tecnologia e di metodologia dell’altro, il telelavoro.

Smart working o telelavoro?

Per telelavoro intendiamo quella forma di lavoro a distanza dalle strutture operative della sede lavorativa centrale. Nato e sviluppatosi all’incirca negli ’70, questo metodo di impiego si è diffuso grazie alle prime tecnologie informatiche, permettendo ai dipendenti, chiamati teleworkers, di operare direttamente dalla propria abitazione o altre sedi decentrate.

Ai telelavoratori veniva ad ogni modo imposto un regime produttivo pari a quello consueto agli orari d’ufficio aziendali, o di pubblica amministrazione, con l’obbligo da parte del datore di eseguire ispezioni per assicurarsi regolarità nello svolgimento del lavoro.

Lo smart working si presenta come un’evoluzione sia tecnologia che di metodo, seppur mantenendo i cardini principali di quello che ormai definiamo il lavoro a distanza. A differenza del suo predecessore non è più obbligatorio legarsi a un luogo fisico fisso in cui lavorare: la propria abitazione, una sede distaccata vanno benissimo, ma anche un ristorante, un pub o un parco o in qualunque luogo si possa portare un computer o uno smartphone.

Ma una delle principali innovazioni sta sul piano della produttività. L’orario viene autodeterminato dallo smart worker, il quale decide il metodo di prestazione del proprio lavoro, sempre e possibilmente in accordo con il datore, con il quale conviene che l’importante è raggiungere l’obiettivo prefissato attraverso date di scadenza, e non tanto in merito al monte orario, garantendo flessibilità e delegando responsabilità.

In questo articolo ad ogni modo ci limitiamo alla sola breve definizione della forma lavorativa legata allo smart working. Se volete sapere di più in merito a riferimenti normativi e fiscali, e le misure prese durante la diffusione del coronavirus, a questo articolo troverete informazioni di interesse.

Il futuro del lavoro in Italia è veramente smart working per tutti?

In uno studio condotto durante il periodo di lockdown dalla società di ricerca ed elaborazione dati YouGov Italia, è emerso che la metà dei lavoratori dipendenti italiani pensa che il proprio lavoro possa essere svolto da remoto, o “in smart working”, senza disagi.

Seppure prima del lockdown soltanto una minoranza ne usufruiva, il 19% dei lavoratori dipendenti, pari a 1 lavoratore su 5, lavorava regolarmente (una o più volte a settimana) in modalità remota. 6 lavoratori su 10, invece, non usufruivano mai dello smart working.

I dati del sondaggio evidenziano come “il 51% dei lavoratori dipendenti pensa di poter svolgere regolarmente il proprio lavoro da remoto, e che la presenza fisica sul posto di lavoro non sia necessaria”.

Ma detto ciò, dopo un periodo di sperimentazione forzata in cui molti hanno avuto modo di testare l’alternativa alla sede lavorativa fissa, ci si chiede se il cambiamento sia destinato a durare.

Ma alla domanda “Cosa farebbero i lavoratori messi di fronte alla possibilità di scegliere liberamente se lavorare da remoto o recarsi in ufficio?”, il 15% rinuncerebbe completamente allo smart working a favore di un ritorno ad una giornata lavorativa tradizionale sul posto di lavoro. Oltre un terzo (33%) sceglierebbe l’opzione intermedia, cioè continuare ad avere un ufficio come base fissa, ma lavorare da remoto regolarmente (ad es. più volte a settimana).

E se il migliore rapporto tra il tempo dedicato alla vita personale ed a quella lavorativa, insieme a un aumento della produttività vengono considerati tra i vantaggi che il lavoro in remoto è in grado di offrire (52% dei rispondenti lo pensa), la riduzione della socialità e la perdita di creatività sono tra gli svantaggi evidenziati.

Il Doroteo il futuro del lavoro in Italia, smart working

Ma il sistema Italia è pronto per lo smart working?

Sebbene gli italiani ora abbiano testato ed approvato, seppur con riserva e dovute riflessioni il possibile cambiamento di paradigma lavorativo all’orizzonte, dovremo capire se il sistema paese sia effettivamente in grado di sostenere questa transizione strutturale.

La maggioranza degli italiani ha verificato più volte nel corso del lockdown una miriade di situazioni di connessione scadente. Spostarsi in macchina o in treno significa trovarsi in luoghi o situazioni in cui la linea cade, interrompendo lo scambio di informazioni.

L’Italia, complessivamente, naviga quattro volte più lenta della Corea del Sud, leader mondiale della velocità di connessione. Tra i Paesi dell’UE l’Italia è al 25° posto dell’indice europeo di digitalizzazione (Desi).

Lo smart working non è solo una nuova attitudine al modo di concepire il luogo di lavoro e i vantaggi econometrici che deriverebbero dalla sua implementazione. Si tratta di disegnare una nuova strategia industriale produttiva di un Paese in cui l’infrastruttura digitale rimane tra le meno avanzate nei paesi occidentali.

Ma la tecnologia è solo uno strumento, e non è tutta e solo una questione di fibra e codici binari. L’economista austriaco Joseph Schumpeter citava nella sua tesi definita la “burrasca di Schumpeter” che “il processo di mutazione industriale rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova”.

Il futuro del lavoro sta già mutando radicalmente il nostro modo di percepire non solo l’ambiente di lavoro, ma anche tutte quelle variabili di psicologia sociale legate al rapporto umano, l’educazione, la salute ed un nuovo concetto di “consumo” che questa “burrasca creativa” porta con sé.

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Illustrazione di upklyak via Freepik.com
Immagine di Antonio Gabola via Unsplash.com

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