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Medio Oriente

Quali sono le prospettive per il Libano?

Un paese già fortemente sotto pressione, ora sul baratro, deve prendere decisioni dirimenti, e in fretta.

Il Doroteo - Quali sono le prospettive per il Libano

La situazione già cupa in Libano ha preso una svolta terribile dopo l’enorme esplosione nel porto di Beirut. La causa dell’esplosione è ancora oggetto di indagine, ma i tempi della tragedia, che si ritiene abbia causato circa 3 miliardi di dollari di danni, non potrebbero essere peggiori. Ad aggiungersi a questo, il lockdown da coronavirus aveva già fatto triplicare i prezzi dei beni di consumo da marzo poiché la valuta libanese ha perso l’80% del suo valore, spingendo gran parte della classe media un tempo vivace del paese nella povertà. Anche le ricorrenti interruzioni di corrente elettrica, risultato della cattiva gestione, della caotica rete elettrica del Libano e di una serie di scandali di corruzione, hanno peggiorato la situazione con segnalazioni di blackout fino a 20 ore al giorno in alcune parti del paese.

Il paese fortemente indebitato spera che i creditori internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) facilitino una ristrutturazione del debito, ma è improbabile che accada a meno che il governo libanese non faccia riforme cruciali per sradicare la cattiva gestione, e la corruzione endemica mai veramente eradicata. Quest’ultima tragedia cambierà la situazione? Il tempismo non potrebbe essere peggiore. Gli osservatori internazionali, nel frattempo, si sono chiesti se il Libano abbia già superato la soglia di “Stato fallito”.

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Finora, vari paesi hanno offerto a Beirut aiuti umanitari urgenti sotto forma di generatori, attrezzature mediche e personale, e persino denaro contante. Il presidente francese Emmanuel Macron arrivato a Beirut nei giorni successivi il disastro, ha offerto sostegno all’ex colonia del suo paese. Sebbene il sostegno umanitario immediato sia stato imminente, e incoraggiante, è improbabile che gli aiuti stessi aiutino il Libano a superare questa crisi. Ci sono diverse ragioni per questo.

In primis, l’aiuto umanitario è una cosa, ma le risorse finanziarie sono un’altra. Anche prima che la pandemia paralizzasse l’economia globale, la Banca Mondiale aveva previsto che il 50% dei libanesi avrebbe potuto vivere al di sotto della soglia di povertà se le tendenze attuali fossero continuate. Sperando di evitare la sua peggiore crisi economica dalla fine di 15 anni di guerra civile, nel 1990, Beirut ha fatto appello ai creditori internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) per una cifra enorme pari a $10 miliardi di assistenza finanziaria, ma il FMI ha rifiutato di rilasciare ulteriori finanziamenti a meno che il governo libanese non riformasse il proprio settore pubblico, inefficiente e corrotto, cosa che gli uomini di potere hanno sempre evitato.

La volontà riformista è la chiave. Anche se il FMI acconsentisse e distribuisse fondi al Libano, a corto di liquidità, cosa succede quando i soldi giungono a destinazione? Il settore pubblico libanese e i politici corrotti, molti dei quali ex signori della guerra e leader di gruppi settari, hanno gestito male l’economia del paese per decenni, riempiendosi le tasche mentre la classe media è precipitata nella povertà. Il sostegno del FMI non risolve problemi a lungo termine come la paralisi del governo, la povertà e l’instabilità sociale che, avvertono gli esperti, possono essere mitigati solo attraverso riforme strutturali.

Il potere politico di Hezbollah, il gruppo sciita sostenuto dall’Iran, complica ulteriormente gli sforzi del Libano per assicurarsi finanziamenti esteri. Nel 2018, il FMI ha promesso 11 miliardi di dollari al Libano a condizione che il governo istituisse significative riforme economiche e anticorruzione. Washington, che, insieme ai suoi alleati arabi del Golfo, considera il gruppo un’organizzazione terroristica, ha recentemente accusato Hezbollah di ostacolare gli sforzi di riforma, una visione tacitamente sostenuta da altri donatori internazionali.

Il tumulto arriva anche quando il paese si prepara al verdetto di un tribunale delle Nazioni Unite sull’uccisione nel 2005 dell’ex primo ministro sunnita Rafik al-Hariri. L’esito del caso Hariri, che ha già infiammato le tensioni settarie nel paese e la regione mediorientale, potrebbero implicare proprio i funzionari di Hezbollah. Ciò rischia di complicare ulteriormente gli sforzi per garantire gli aiuti esteri e minaccia di innescare discordie settarie tra i libanesi già scoraggiati.

Mentre i negoziati con l’FMI si sono bloccati negli ultimi mesi, una Beirut disperata si è rivolta a Pechino per il sostegno economico, ma cammina su una linea sottile, cauta nell’irritare Washington, un alleato di lunga data, mentre le tensioni USA-Cina aumentano. Il nuovo governo ora può iniziare a lavorare per una riforma globale del paese, nella speranza di ricostruire e far uscire dalla povertà la sua popolazione in difficoltà. I tempi stringono, questi sono momenti in cui scelte e decisioni devono essere prese con coraggio, e in fretta.

Riuscirà il nuovo governo a superare le divisioni etniche e settarie, e a lavorare per l’unità di un nuovo paese?

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Parte dell’analisi è stata tradotta dall’articolo What’s next for Lebanon? di Danielle Debinski.

Immagine di Mehdi Shojaeian via Wikipedia CC BY 4.0

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